Monumenti principali

La Chiesa Madre

Venne costruita nel 1514 da artisti del luogo. La Cupola fu costruita successivamente tra il 1754 e il 1757 da discepoli della scuola di Vanvitelli, ed è dominata dall’alto campanile. L’interno a tre navate a croce greca, armoniso e solenne, prima del terremoto dell’80 era ricco di suggestive e prestigiose testimonianze d’arte, fra cui pregevoli dipinti e diverse sculture di Santi. L’altare maggiore, con palla in oro zecchino finemente cesellata e rappresentante la figura di Dio, sembra liberarsi della materia terrestre per librarsi nello spazio celeste.
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Il Santuario di Pierno

Nei libri di storia, i primi riferimenti alla zona di Pierno sono collegati alle vicende di Annibale che, nel 210 a. C., sarebbe transitato proprio alle falde del monte. Il condottiero cartaginese, dopo una vittoria sui romani ad Herdonea, (l’attuale Ordona, in provincia di Foggia), decise di trasferirsi con le truppe nella zona nord della Lucania e, attraverso Ascoli satriano, Aquilonia e Conza, raggiunse prima Castelgrande e poi Muro Lucano (l’antica Numistro) dove è ancora ben visibile il ponte su cui sarebbe transitato prima di spostarsi nella valle del Platano. Da qui si allontanò verso il monte S.Croce e, prima di raggiungere Venosa, attraversò la collina alle falde del monte Pierno. La storia vera e propria del Santuario, comunque, nasce nel 1130. Si narra che in quell’anno, a causa dell’invasione dei pirati saraceni, i monaci Romiti Basiliani che abitavano il Monte S.Croce scapparono nella folta vegetazione del vicino monte Pierno e lì, in una cavità rocciosa, nascosero una statua lignea raffigurante appunto la Madonna. Negli anni immediatamente successivi, verosimilmente nel 1139, a seguito della repressione messa in atto dalle truppe antipapali del Re Ruggiero II, San Guglielmo da Vercelli (1085-1142), in fuga dal monastero di Goleto (nei pressi di S.Angelo dei Lombardi), trovò scampo nei boschi del Monte Pierno e lì rinvenne il prezioso simulacro. Nel frattempo, ebbe termine la lunga guerra tra principi normanni che si contendevano il diritto di sovranità nell’Italia meridionale e fu convinzione comune che il merito fosse da ascrivere alla Madonna di Pierno, mediatrice con Dio delle preghiere a Lei rivolte dalle popolazioni stremate. Terminato il periodo bellico, con l’affermazione di Re Ruggiero II a sovrano degli stati Normanni, nello stesso anno 1139, San Guglielmo, chiese ed ottenne il permesso dal Vescovo di Rapolla per la edificazione di una chiesetta alle pendici del Monte Pierno per mettere in venerazione il simulacro. Alla costruzione della Chiesa, seguì quella di 2 monasteri ad essa adiacenti e la messa a dimora di una piantagione di castagni, tuttora ben individuabile e che porta ancora oggi il nome di “castagneto di San Guglielmo”. Nella zona, oltre ai religiosi, si insediarono anche alcune famiglie di contadini che erano dedite alla coltivazione dei terreni che i feudatari donavano alla Chiesa. Col trascorrere degli anni, il flusso dei pellegrini verso il Santuario assunse carattere sempre più rilevante e fu così che il principe Gilberto II de Balban, Signore anche di Vitalba e Armaterra, feudo nel cui territorio la Chiesa ricadeva, nel 1189 decise l’ampliamento del Tempio. L’opera doveva anche rappresentare un ex-voto per il rischioso impegno che le sue truppe stavano per affrontare dovendo recarsi in Terra Santa a combattere per la liberazione di quei territori in occasione delle terza crociata. Gilberto II tornò comunque sano e salvo dalla Crociata e, nel 1197, come si legge nelle iscrizioni del portale della Chiesa, ebbe la soddisfazione di inaugurare solennemente il nuovo Tempio alla presenza del priore Bartolomeo e della Badessa del monastero del Goleto, di cui Pierno era dipendenza, Agnese dei Principi Filomarino. La realizzazione della nuova Chiesa, che ha compreso al suo interno quella preesistente, (edificata da S.Guglielmo) fu curata dall’architetto Magister Sarolus che, insieme al fratello, dirigeva nella vicina Muro Lucano una scuola di apprendisti operai. Le iscrizioni latine presenti sul portale tuttora esistente, narrano che la costruzione della Chiesa fu avviata nel 1189 durante il priorato di Frate Altenio ma il completamento avvenne nel 1197, con Frate Bartolomeo: si tratta di una delle poche opere di arte romanico-normanna del secolo XII° esistenti in Basilicata. La data della consacrazione del tempio, invece, risalirebbe al 1221 e, secondo alcuni scritti dell’epoca, al rito partecipò anche il Papa Onorio 3°. In quell’epoca, infatti, i pontefici erano soliti compiere personalmente la consacrazione di Chiese insigni; lo fecero Papa Urbano II per la Chiesa della SS. Trinità di Cava nel 1092 e Papa Innocenzo III nel 1216 per la Chiesa di San Giovanni di Orvieto. E’ probabile inoltre l’ipotesi secondo la quale i riti solenni della consacrazione della Chiesa furono tenuti alla presenza dell’imperatore Federico II di Svevia, in analogia a quanto avvenuto per la consacrazione della Chiesa di Monticchio nel 1059 da parte di Niccolò II, alla presenza di Roberto il Guiscardo. Altri documenti, infatti, testimoniano la presenza di Federico II nel 1221 a Melfi; proprio in quell’epoca, visitando per la prima volta la valle di Vitalba, egli concepì l’idea della edificazione dei 3 castelli: Melfi, Lagopesole e San Fele. Non si può comunque escludere che il rito di consacrazione sia stato officiato dai Vescovi Roberto di Muro Lucano e Buonomo di Monteverde. Il 5 Dicembre 1456, però, un violento terremoto distrusse gran parte della chiesa, i monasteri e le modeste abitazioni dei contadini tanto da far allontanare dalla zona sia questi ultimi che gli stessi religiosi. L’evento sismico risparmiò solo il prònao, la facciata, il portale, le tre navate divise da colonne con capitelli e la parte centrale dell’abside che restarono comunque in abbandono fino al 1550 quando la chiesa fu ricostruita (ed anche allungata verso le pendici del monte) in seguito ad alcuni eventi prodigiosi. Si narra infatti che a seguito dell’evento sismico e della impraticabilità del tempio, la statua della Madonna fu trasferita nella Chiesa di Atella per assicurarLe una decorosa sistemazione ed ecco l’evento prodigioso: dopo il primo trasferimento nel comune vulturino, la statua scomparve inspiegabilmente per poi riapparire su un masso del Monte Pierno, difficilmente raggiungibile. Tale sporgenza, ancora ben visibile, è chiamata “la ripa della Madonna”. Dopo il ritrovamento seguirono altri trasferimenti della statua ad Atella ma “il miracolo” della scomparsa e della riapparizione si replicò ancora. Fu così che il papa dell’epoca, Leone X, informato del fatto dal vescovo di Melfi, Lorenzo Pucci, (successivamente cardinale), nel 1515 elevò il tempio di Pierno a Badia e, appunto nel 1550, per ordine di Don Luigi De Leyva, principe di Ascoli e signore di Atella, il governatore spagnolo Giovanni Salamanca la fece ricostruire. In una diversa ricostruzione del Fortunato, però, si sostiene che l’attuale chiesa sarebbe il risultato di un’opera di ristrutturazione effettuata nel 1695 quando, a seguito di un terremoto verificatosi nell’anno precedente, l’allora vescovo di Muro Lucano ne avrebbe ordinato l’esecuzione. Lo stesso Fortunato precisa addirittura che quell’evento sismico non avrebbe causato danni tanto rilevanti da giustificare quei lavori. Pare, inoltre, che l’attuale abside semi-circolare sia stata costruita proprio in questa circostanza. A prescindere dalla veridicità delle due tesi, la storia del Santuario prosegue con un capitolo dedicato alla “competenza” territoriale, contesa dalle due diocesi più vicine alla località. Nel corso dei secoli, infatti, le diocesi di Rapolla e Muro Lucano, (confinanti tra loro) si disputarono varie volte la competenza sul territorio del Santuario e, soltanto nel 1895, durante il papato di Leone XIII, la commissione Concistoriale, esaminate le varie argomentazioni, pronunciò una definitiva ed inappellabile sentenza con la quale si attribuì a quella di Muro Lucano il territorio conteso. Successivamente, il vescovo di Muro Lucano, Mons. Raffaele Capone, confermò uno speciale statuto con il quale stabilì che ad officiare il Santuario dovesse essere il clero di San Fele. Attualmente, sono quasi completamente conclusi i lavori di ristrutturazione resisi necessari in seguito al terremoto del 23 Novembre 1980. Il 1° Maggio 2001, il vescovo di Melfi, monsignor Vincenzo Cozzi, ha benedetto l’altare in occasione dell’inaugurazione della chiesa che, ora, è completamente agibile. Gli unici lavori ancora in corso, dei quali è titolare la Sovrintendenza ai Monumenti della Basilicata, riguardano il completo recupero del famoso portale in pietra, posto sull’ingresso principale della chiesa, sul lato opposto all’altare. Durante la realizzazione dei lavori di ristrutturazione, sono venuti alla luce dei resti umani che, come si sostiene in alcuni scritti, dovrebbero appartenere proprio alla famiglia di Gilberto II de Balban in considerazione dell’impegno profuso per la ricostruzione del tempio (1197) e per il suo arricchimento con molte donazioni. Altri resti umani sono stati scoperti più recentemente; all’inizio di Novembre 98, infatti, durante l’esecuzione dei lavori per il ripristino della piazza antistante la Chiesa, sono tornati alla luce i resti di un monastero, (probabilmente quello attribuito a San Guglielmo) e, tra i muri perimetrali, è stato rinvenuto in perfetto stato di conservazione anche uno scheletro umano, appartenente presumibilmente ad un monaco vissuto intorno al 1200.

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La Casa di San Giustino

Casa nativa di San Giustino de Jacobis, santo patrono d’Etiopia (Africa nord orientale). La casa è situata di fronte alla chiesa dell’Annunziata nella parte occidentale di San Fele.
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San Giustino de Jacobis nasce a San Fele (PZ) il 9 ottobre 1800 da famiglia profondamente cristiana. A 18 anni entrò a Napoli nella Congregazione della missione “S. Vincenzo de’ Paoli” e il 12 giugno del 1824 venne ordinato Sacerdote a Brindisi. Subito si rivelò missionario zelantissimo, specie fra le popolazioni rurali dell’Italia meridionale. In particolare si prodigò, con eroica abnegazione, durante il colera che decimò Napoli nel 1836 – 1837. Designato dalla S. Congregazione di “Propaganda Fide” a fondare la missione in Etiopia, vi si recò il 24 Maggio1839 e il 29 Ottobre iniziò ad Adua la sua opera di evangelizzazione. La difficoltà della lingua, il clima tropicale, la scarsità del cibo, i disagi di viaggi per strade impraticabili non gli impedirono di realizzare in pieno il suo programma: essere in tutto etiope con gli etiopi. Appena un anno dopo l’arrivo in Africa, riuscì a condurre al Cairo dal Patriarca copto ed a Roma dal Papa una delegazione di monaci e notabili etiopici, suscitando in essi grande ammirazione per la chiesa cattolica e un desiderio del ritorno all’unità della fede. Vi furono numerose conversioni, tra cui quella di Abba Ghebre Michael, che nel 1855 testimoniò col martirio la sua fedeltà al cattolicesimo. Nel 1844 il De Jacobis fondò a Guala il primo seminario per le vocazioni indigene e poi, una dopo l’altra varie missioni. Ma il Vescovo scismatico dell’Abissinia osteggiò tanto la sua opera che la Santa Sede, preoccupata delle sorti della nascente Chiesa etiopica, su indicazione del Card. Massaia, designò all’epistolato il De Jacobis. La consacrazione avverrà l’8 Gennaio 1849 in circostanze drammatiche. Intanto le conversioni aumentavano e nel 1835 il De Jacobis ebbe la gioia di ordinare ad Hebo cinque sacerdoti etiopici. Più tardi, si portò in lunghi e massacranti viaggi: nell’ Ambara, nel Goggian, nello Scioia. Ma la persecuzione continuava e nel Luglio 1854 il Santo Vescovo venne gettato in prigione con i suoi discepoli. Da allora in poi fu sempre più tormentato. Cacciato in esilio, tentò di ritornare tra i suoi figli, ma fu ricacciato verso la costa a Massaua. Si rimise in cammino. Fu l’ultimo suo viaggio. Il 31 Luglio 1860, febbricitante, mentre si dirigeva verso l’Italia, fu costretto a fermarsi nella infuocata Valle di Aligadè e lì, steso per terra, dopo aver raccomandato ai suoi l’unione fraterna, stremato di forze, morì. Fu beatificato il 25 Giugno 1939 e canonizzato il 26 Ottobre 1975. La sua festa si celebra il 30 Luglio.

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La Fontana del quartiere Pergola

I quartieri più grandi e quindi più popolati avevano delle grosse fontane (a Prèulë, a Prèulë Vècchjë, re Funfaneddë, Fuluchitë), dove la gente affluiva anche da altre località, per attingere l’acqua “cu u varrëlicchjë” o per lavare i panni, perchè le case erano prive di acqua (basti pensare che San Fele ebbe la prima fognatura, e solo per le vie centrali, durante il periodo del Fascismo, nel 1933). La fontana era luogo di incontro per tutte le donne del quartiere, che mentre lavavono i panni, si scambiavono pettegolezzi. DSC_0128

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Il palazzo Frascella

Si caratterizza per la sua monumentalità e perchè riproduce la facciata di una antica chiesa romanica dedicata a San Giacomo, sita nella località che ancora oggi si chiama “Sandesciòchje” . Questa facciata è sormontata da una torre che anticamente doveva essere la base di un campanile di forma circolare.

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La Chiesa di Santa Lucia

 Santa Lucia è ubicata in Via Masaniello, risale al XVII secolo. La datazione è stata ricavata dal bassorilievo centrale raffigurante una croce con la scritta: A.D. 1632 posto sul portale di ingresso in pietra. In occasione della festività di Santa Lucia viene riaperta ed è possibile visitare l’interno della struttura ad una sola navata con altare in marmo a destra dell’ingresso.

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La Chiesa dell’Annunziata

La chiesa dell’Annunziata, situata in via cantone, è chiusa al culto dall’80 poiché resa pericolante dal terremoto. Lo spazio interno è diviso da due navate orizzontali con archi sostenuti da pilastri fino a concludersi con l’abside.

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La chiesa dell’Addolorata



La chiesa dell’Addolorata è parimenti chiusa al culto a seguito dei gravissimi danni riportati durante il terremoto del 1980.

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