
di Angela De Nicola
Paolo Gianni Cei, a proposito del suo allestimento de “La Vedova Allegra” al Teatro Comunale Mario del Monaco di Treviso lo scorso Aprile 2022, ha affermato: “La leggerezza è cosa tremendamente complessa”. Con un salto geografico da nord a sud, è toccato anche al nord Basilicata – e fuori da qualsiasi teatro o pubblico pagante – accettare la medesima sfida facendo di quella leggerissima complessità legata all’allestimento di un’operetta, una delle più belle occasioni di diffusione della cultura musicale a livello pubblico e per così dire anche “popolare”. Lo scorso 19 Agosto infatti, presso il Giardino Saraceno di Atella (PZ) dall’intuizione di una giovane ed attivissima associazione, Basileus, guidata da Helena Caldararo, che ha scelto di far scendere in campo, per la realizzazione de La vedova Allegra, Accademia Musicale del Vulture (la giovane e dinamica scuola di musica diretta dal M. Giovanni Catenacci e nata nel 2011 tra Atella, Rionero e San Fele) è nata una splendida e colorata serata che ha riportato in auge e a conoscenza di chi ancora non l’avesse vista, l’operetta madre di tutte le operette, un lavoro storico che gode di ininterrotta fortuna da oltre un secolo, da quando andò in scena per la prima volta al Theater Van der Wien ( Teatro di Vienna) il 30 dicembre 1905. Una fortuna, quella de “La vedova allegra”, dovuta ad una miscela equilibrata fra temi classici della commedia (denaro, amore e gelosia) un fascinoso colore musicale e celebri arie e danze. Il capolavoro in tre atti di Franz Lehár, ha saputo così rinnovare nella fedeltà delle idee e degli allestimenti di Basileus ed Accademia – e grazie anche al connubio con artisti provenienti da Milano e dall’Accademia Verdiana di Parma ( come la M. Luana Grieco, mezzosoprano, nei panni di Valencienne) tutto il suo fascino e tutta la sua antica magia, all’interno di un giardino nel cuore del borgo medievale della cittadina di Santa Lucia, con il ritmo incalzante della vecchia Vienna, dello Stile Liberty, delle feste travolgenti e dell’elegante divertimento della società asburgica.

Il genere dell’operetta, in parte da sempre assimilabile all’opera lirica, differendone però per l’alternanza sistematica di brani musicali e di parti dialogate, posto poi in secondo piano dalle nuove forme di intrattenimento popolare, come il music hall e il cinema, è stato finalmente rivalutato da alcuni decenni ed è rientrato di diritto nel grande patrimonio del teatro musicale europeo. All’interno di una trama che ci riporta dritti nella Vienna disinibita di Freud, una Vienna che all’occorrenza diventa Parigi, vive Hanna Glawari (interpretata dal soprano Stefania Vietri) appena diventata vedova di un barone milionario. Su di lei spera l’ambasciatore pontevedrino per salvare, con l’eventuale eredità acquisita, il suo paese dalla bancarotta, se solo riuscirà a darla in sposa a un suo connazionale, il fascinoso conte Danilo Danilowitch. Ma il fatto che i due fossero già stati innamorati in passato complica le cose, con dispetti e incomprensioni, fino alla felice soluzione di un immancabile matrimonio.

Eleganza dei costumi provenienti da apposita sartoria teatrale (Atelier Shangrillà di Foggia) una scenografia semplice ma di effetto con fondali naturali alternati a quelli tipici della sala da ballo – con un lampadario di cristallo al centro della scena – e, ancora, coinvolgimento sensoriale del pubblico bendato all’inizio della serata ed invitato, attraverso la voce narrante di Miriam Di Gianni, a percorrere il tunnel del tempo, sono stati gli ingredienti che hanno catapultato un attento pubblico fin nei meandri di quei saloni da sogno della Belle Époque. Una rivisitazione fedele ma al tempo stesso giovane e frizzante, frutto altresì della cura di strumenti e voci, nonché di arrangiamenti ad hoc da parte dei maestri coinvolti (violino: M. Domenico Di Nella, pianoforte M. Giuseppe Pace, clarinetto basso M. Catenacci, Trombone M. Antonio Federici, clarinetto M. Marco Monitto, Milano, e ancora, M. Ines Colangelo, soprano e docente AMV nelle vesti di Olga, chiudendo poi il cerchio con Gabriella Zaccagnino / Njegus, Salvatore Tucci/ Barone Zeta, Carmela Caldararo nei panni maschili del Conte Camillo e il Conte Danilo, interpretato dalla splendida voce tenorile di Francesco Maria Mastrorazio).
Un pubblico che ha ascoltato, che ha sognato ad occhi chiusi e poi aperti, che si è sentito a teatro pur non essendo fisicamente a teatro. Note di pentagramma e note sensoriali, il palato accarezzato dal gusto di buonissime marmellate artigianali di fichi “Tucci”, offerte a metà serata a ricordare che in uno dei tre atti dell’operetta si narra di una pianta di fichi ad adornare il giardino di casa di Anna Glawari: cosa volere di più da una serata di fine estate? Tanta allegria e divertimento. Che nascono in maniera spontanea proprio dalla curiosità di apprendere cose nuove che sono poi allo stesso tempo le belle cose antiche. Perché l’operetta- cosa antica eppure moderna, leggerezza tremendamente complessa – rimane la mamma antica e sempre bella proprio di quella “canzone nuova” ovvero della canzone moderna e contemporanea che oggi viene cliccata ed ascoltata non più da pochi grammofoni nelle sale della Belle Époque, bensì da tutti, proprio tutti, sui milioni di devices che quotidianamente accedono a YouTube o a Spotify. E allora? “Tace il labbro, quest’è ver”, diremmo, parafrasando il celebre duetto tra Anna e il Conte Danilo. Tace il labbro ma parlano i sensi. Parla l’emozione, l’amore per la musica, ma ancor più quello per la sua meritatissima diffusione. Perché cultura è anche divertimento in un bel Giardino di Borgo nel gran finale di un’estate tutta lucana.