• 19 Settembre 2020

L’uomo fantasma

 L’uomo fantasma

Per molti anni è stato «l’uomo inesistente». Mai nato, secondo l’anagrafe del suo paese d’origine, San Fele. Oggi Vito Pace, 82 anni, è un arzillo pensionato che vive a Bologna, dove risiede ormai da quando aveva poco più di vent’anni. Non dimentica le sue radici, anche perché per rivendicarle ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie quando nel ‘94, in un’età non proprio verde, decise di convolare a nozze con la sua donna. Addentrandosi nei meandri della burocrazia matrimoniale scoprì un’inquietante verità: per il Municipio di San Fele non esisteva. Non era mai esistito. 

Eppure lui era cresciuto proprio lì, in quel paesino. Ci sarà un errore. E giù con la storia di un Sud sciatto, disorganizzato, che perde anche i documenti. Quanti ne inghiottì di bocconi amari il povero Vito, attaccato dai super-efficaci bolognesi, suoi concittadini, pronti a bacchettare quel Mezzogiorno arruffone che gli aveva dato i natali. Alla fine Pace scoprì il motivo dell’«inesistenza»: il padre non lo denunciò in Municipio dopo la nascita. Disorientato dalla morte della moglie, che aveva appena dato alla luce Vito, l’uomo perse la testa e dimenticò di sbrigare le pratiche. Per «farlo vivere» nelle carte dell’anagrafe e consentirgli di celebrare il sospirato matrimonio, la Procura della Repubblica di Potenza chiese al Tribunale del capoluogo di emettere una sentenza per la formazione dell’atto di nascita. Solo allora anche per l’anagrafe il pensionato risultò effettivamente nato il 10 luglio 1926 nel comune potentino e Vito poté ottenere sia la copia integrale dell’atto di nascita, sia l’estratto per riassunto dell’ atto di nascita, documenti entrambi richiesti dal Comune di Bologna per le pubblicazioni di matrimonio.

Anche se il vero e proprio atto di Stato civile non fu mai formato, in realtà al Comune di San Fele una traccia della nascita di Vito Pace già c’era: la scheda individuale numero 721 compilata, probabilmente di propria iniziativa, dal funzionario dello Stato civile di allora. Da essa risultava che Vito Pace è figlio di Antonio Pace e Margherita Tronnolone, i quali si sono uniti in matrimonio il 6 giugno 1909, lui all’età di 20 anni, lei di 17.

Come Vito abbia potuto scoprire il suo problema con l’anagrafe solo sulla soglia della terza età resta un mistero. Così come restano senza spiegazione le modalità attraverso le quali egli abbia potuto far fronte alle formalità burocratiche di una vita. Fatto sta che il primo documento dal quale traspare un interesse per la soluzione del caso è un atto di notorietà reso il 28 settembre 1982 al vicepretore di Bella da quattro persone, le quali hanno attestato, sotto giuramento, di essere a conoscenza del fatto che effettivamente quel 10 luglio 1926 è nato a San Fele Vito Pace. Il resto è storia di oggi: dopo aver atteso per oltre un anno una sentenza del tribunale che, sulla base degli atti acquisiti, riconosce che non esistono dubbi sulla sua «effettiva nascita», Pace è riuscito a sposarsi.

La moglie, dopo qualche anno, è morta, ma in Vito resta il ricordo di quell’amore che la burocrazia non voleva riconoscere. Raggiunto telefonicamente dalla Gazzetta nella sua casa di Bologna, ancora oggi non è in grado di rispondere come abbia potuto vivere fino a 68 anni senza avere uno straccio di documento che ne attestasse l’esistenza: «Ho sempre avuto la patente, la carta di identità, la residenza. Che ne so che diavolo avevano combinato». Poi ci confida che aveva scoperto di non risultare all’anagrafe di San Fele già molto tempo prima del matrimonio: «Quarant’anni fa – racconta – volevo aprire una pizzeria e in quell’occasione seppi che non risultavo cittadino di San Fele. Telefonai in Comune per un accertamento, ma poi saltò il progetto della pizzeria e non me ne preoccupai più. Fino a una ventina d’anni fa, quando tornato al paese, mi presentai con quattro testimoni alla pretura di Bella e ottenni l’atto notorio. Non mi sono preoccupato che venisse trascritto nel mio paese. Pensavo che fosse una cosa automatica. Il problema si è ripresentato quando ho deciso di regolarizzare la mia posizione con Maria». Sì, perché all’ufficio matrimoni del Comune di Bologna gli hanno chiesto l’estratto di nascita. «A quel punto – aggiunge Pace – ho mandato due raccomandate con ricevuta di ritorno al Municipio di San Fele chiedendo il documento, ma nessuno mi ha mai risposto. Ho dovuto aspettare tanto prima che venisse esaudito il mio sogno». Quattordici mesi, per l’esattezza. Il tempo necessario per fare alcune verifiche incrociate. Vito, a quel punto, riuscì a sposarsi. «Sono dovuto nascere due volte per unirmi in matrimonio con la mia Maria. Ma – conclude Vito – n’è valsa la pena».

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