domenica, Maggio 22, 2022
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Tutte le “GUERRE” che non abbiamo ancora vinto.

Tutte le “GUERRE” che non abbiamo ancora VINTO – Una sola baluginante, spaventosa immagine prorompe con nettezza in questo 8 marzo 2022: quella delle donne ucraine in fuga alle porte dell’Europa, donne costrette a separarsi dai loro mariti, fratelli, compagni, parenti, genitori, rimasti a combattere una guerra come poche se ne sono viste prima d’ora. Donne in fila con i loro bambini in stazioni stracolme all’inverosimile. Donne, occhi sbarrati, grida soffocate. Donne in preda ad una disperazione e ad un delirio da mettere a tacere per la sola propria necessaria sopravvivenza. Alle porte dell’Europa, quella che ci interpella è oggi un’altra Europa che mai avremmo pensato di raccontarci: l’Europa delle emergenze, l’Europa che vuole essere Europa e che chiama l’Europa con al centro valori di un umanesimo forse al capolinea. Valori da accettare, da rimettere al tavolo delle discussioni più urgenti. Valori, – come avrebbe detto Edward Morgan Forster – che se portati al Tavolo delle Nazioni dalle sole donne, le donne che sono madri, non metterebbero mai più in dubbio la necessità di condannare la guerra come la più assurda delle animalità, come la garanzia più assoluta della sterilità e dell’antifuturo. Stiamo facendo guerra a quella che si è rivelata la mossa di un oscuro dittatore (o forse più di uno, chi lo sa). Stiamo facendo forse guerra ad una grande industria bellica e magari, infondo, contemporaneamente, anche a quella che un domani si rivelerà l’imposizione di una mega-industria farmaceutica, chi può saperlo (la storia è maestra delle lunghe prospettive).

Tutte le guerre che non abbiamo ancora vinto

E proprio in merito a guerre, conflitti e tensioni di vario genere, banalmente, poeticamente, ingenuamente verrebbe da pensare: quanto di tutto questo belligerare è effettivamente opera di mani femminili, voluto e praticato da donne? Diciamo che è davvero difficile non immaginare che donna equivale da sempre a gentilezza, creazione, pietà, maternità, commozione, protezione. Se l’uguaglianza di genere è allora uno dei valori fondamentali che si legge nella Carta dei Diritti dell’UE, di fatto la storia ci offre forse proprio in questi giorni uno dei risultati più diretti e lampanti della mancata parità di genere tra uomini e donne a partire dal livello decisionale sociale, economico, politico, militare. Quanto di femminile oggi è Europa? Una risposta che magari vuole “fare scena” ma in realtà non teatralizza di molto le cose. La guerra è maschia, si dica quel che vuole. E l’Europa è donna? Non saprei. Certo, oggi abbiamo Ursula Von Der Layen a rappresentarci, ma c’è da chiedersi come mai non stiamo riuscendo a far arrivare a negoziare Angela Merkel direttamente al Cremlino in questi giorni cruciali.

E da questo ad altri palcoscenici di diseguaglianza di genere o di più o meno palesate “stranezze”, almeno in Europa, il passo è breve: il lavoro femminile è ancora da sdoganare in seno al discorso di visibili segregazioni/separazioni sociali; la partecipazione e le modalità di accesso al mondo dell’impiego sono ancora in buona parte da rivedere; c’è ancora una minore possibilità partecipativa per le donne nel mercato del lavoro (secondo l’agenda UE nel 2020 il 75% del raggiungimento occupazionale femminile era ancora da considerarsi l’optimum degli obbiettivi!); la retribuzione, poi, i ruoli, e qualità stessa degli ambiti lavorativi sono ancora da ridisegnare con decisione (i cosiddetti “salari da fame” sono in percentuale una prerogativa per la maggior parte tutta femminile); le risorse finanziarie, infine, e il tempo dedicato agli alti livelli di istruzione e specializzazione, così come quello dedicato alla formazione permanente e alla partecipazione ad attività politico – economico – sociali, evidenziano ancora una volta un deciso divario: da qui la possibile effettiva nota di disuguaglianza che dobbiamo non solo colmare, ma anche tenere d’occhio a che la forbice non si allarghi ulteriormente in tempi di recessione conclamata. Tutto questo è infine altro dal vergognoso capitolo della violenza di genere, una violazione tra le più basse e oscure dei diritti umani, in cui l’Europa oggi pare addirittura progredire anziché regredire: dallo stalking, al mobbing, agli atteggiamenti di violenza verbale e iconica, diretta o indiretta, fino ovviamente alla violenza fisica, psicologica e alla grave piaga del femminicidio, una tale manifestazione di repressione del genere femminile ha come conseguenza diretta quella di un danno irreversibile ad intere famiglie, comunità, società. Crisi, guerra: lo è stato da sempre per le donne e lo sarà per tutto un sistema se non annettiamo allo status quo dei fondamentali diritti sociali e umani la sfera femminile che è vasta e sfaccettata, che da sempre è feconda e multifunzionale. Perché una donna possa essere frutto e albero maestro e perché una donna possa fare storia (magari di pace e non di guerra- metteteci alla prova-) bisogna che lavori e sia madre ma non metà e metà; bisogna che faccia politica e arte insieme, bisogna che non la si guardi più come bisognosa di essere messa alla pari, bisogna che sia considerata non apparato umano diverso e per questo ancora annettibile, aggregabile, ad un mondo maschile, ideato e mantenuto in piedi con standard per buona parte ancora patriarcali ai quali omologarsi per la cosiddetta parità : il mondo ha bisogno di un pensiero marcatamente bilaterale che ancora non ha, un pensiero ancora per buona parte suppletivamente femminile.

Abbiamo ancora bisogno di molto spazio, per cui lasciateci lavorare per riempirlo. Abbiamo bisogno che non si rivendichi più una Festa della Donna per fare bilanci sul dove siamo arrivate. Vogliamo arrivarci senza polemiche e discriminazioni di genere. Se manca ancora un posto allora vuol dire che c’è posto per tutti.
di Angela De Nicola

Centro Studi LEONE XIII Rionero

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